Ricordi

Ricordi di Patrizia Monti

18 maggio 1978, avevo dovuto chiedere il nulla osta all’Università di Roma per poter effettuare il tirocinio pre-laurea a Napoli, dove risiedevo. Erano le 8.30 e stavo percorrendo il viale d’accesso al Leonardo Bianchi, calata Capodichino, l’ospedale psichiatrico di Napoli, ‘o manicomio’. Avevo ancora nelle orecchie la voce della donna, che sull’autobus mi aveva indicato la fermata che mi diceva: “signurì ma si sicura c’a ce vuò trasì là ddint”?

Che ci sarà qua dentro? Intanto un bel parco e, al di là dell’alto muro di tufo, la città sempre più lontana, e pensavo:  “incredibile non sento più i rumori e le voci della strada”. Ero stata assegnata all’osservazione donne, il reparto dove si ricoveravano le donne prima dell’assegnazione ai reparti di competenza dopo la valutazione degli psichiatri. Ma quella mattina c’era aria di smantellamento un incredibile viavai di persone, il sole attraverso le foglie fitte degli alberi creava effetti luce sulle vetrate e nei lunghi corridoi. Il gran vociare mi risuonava come foriero di novità anche lì in quel luogo sempre uguale a se stesso. Certamente non si era mai visto tutto quel movimento di camici, di carrelli, di suore di pazienti vestiti alla meglio che giravano come turisti spaesati dall’estraneità dei luoghi e dei paesaggi. Cinque giorni dall’approvazione della legge Basaglia ed io iniziavo il mio tirocinio in manicomio: chissà forse avrei lavorato alla chiusura di quel luogo. Seguivo le indicazioni della segnaletica il reparto osservazione donne era in fondo all’ampio corridoio che stavo percorrendo. Cancello, porta vetro, cancello. Citofonai  e restai in attesa. Una suora venne ad aprirmi poi iniziò il rituale di apertura e chiusura che si ripeteva ogni volta che dovevo entrare e uscire, compreso l’attimo in cui eravamo entrambe chiuse fra le due porte. Il primo giorno non vidi niente del reparto e per molti giorni a seguire finché il primario non diede disposizione di farmi conoscere i pazienti. Intanto avevo imparato la storia di quel luogo formato da una costruzione centrale e 53 palazzine. Il primo direttore fu Leonardo Bianchi a cui fu poi intitolato; neuropsichiatra liberale di formazione lombrosiana e innovatore per i suoi tempi: eliminò la camicia di forza e introdusse l’elettroshock. E ora dopo 69 nove anni bisognava avviare la chiusura della “città dei folli” che si concluderà nel 2002.

In quegli anni, la testimonianza, in Inghilterra di Cooper e Laing, in Francia di Foucault, Deleuze, Guattari, e Castel, in America di Goffman, aveva permesso che anche in Italia filosofi, sociologi, politici, poeti e storici parlassero di psichiatria. Un fermento culturale che faticava a superare il “muro di tufo”. Stavo leggendo L’Io diviso di Laing e Asylum di Goffman e ogni mattina ero chiusa in un reparto del manicomio per fare la mia esperienza diretta della malattia mentale e della sua cura che era stata definita non cura. Il primo reparto che aprì le porte fu quello diretto dal Dr. Guelfo Margherita, ricordo che era indicato dai colleghi del reparto in cui andavo io, come il sessantottino, che equivaleva a rivoluzionario. Fu anche arrestato con l’accusa incredibile di segregare i malati come in un lager e scagionato dopo quattro giorni di reclusione.[1] Era molto faticoso cogliere la coerenza fra quello che si studiava, la legge, il contesto politico e culturale, l’opinione pubblica e l’esperienza quotidiana di quella vera e propria “segregazione”. In realtà anch’io non ero libera di muovermi autonomamente, e di pensare diversamente. Ricordo una mattina in cui arrivai insieme al carrello della lavanderia che riportava la biancheria. Entrai quindi senza trovare la suora o l’infermiere inviato da lei, letteralmente a prelevarmi dall’ingresso e a condurmi ai piani della dirigenza. E così entrai in reparto. Mi venne incontro una giovane donna molto grossa rispetto a me, completamente nuda che mi sorrideva, Anna. Iniziammo a parlare, sedute sulle sponde del letto, in una camerata dove erano sistemati diversi letti. Era palesemente contenta di raccontare la sua storia e dopo un po’ cercò qualcosa per coprire il suo corpo. Restammo così forse per una mezz’ora fino all’arrivo della suora urlante. Mi accompagnò su e lungo la scala non fece che dirmi che avevo rischiato la mia incolumità e inoltre mi ero anche intrattenuta con una “lesbica”. Dal quel giorno il controllo fu ancora più attento, e quando iniziarono i colloqui con le pazienti comunque non mi fecero parlare con Anna.  Dopo diversi mesi rincontrai Anna. Era stata in visita dal medico. Anche quella volta ero sola su per la scala ci salutammo poi le mi puntò il dito ad altezza di viso e guardandomi dritto negli occhi mi sussurrò “tu hai paura di me”. Quella frase mi rivelò un aspetto dell’esperienza che stavo facendo: mi stavano addestrando ad aver paura e probabilmente non se ne rendevano nemmeno conto.

L’intuizione di base del lavoro di Basaglia era che bisognava modificare l’immagine del malato, non solo all’esterno, ma anche all’interno del manicomio, dove i ruoli erano funzionali all’autoconservazione dell’istituzione. E la paura era uno strumento per costruire un ruolo funzionale all’istituzione.

In quei sei mesi partecipai agli incontri con le famiglie delle pazienti definite dimissibili sia presso i loro domicili che nel reparto. Quando la mia esperienza finì nessun progetto era andato a termine. Ma sono convinta che è stato proprio fra quelle mura che si sono radicati in me i principi che hanno poi sostenuto le mie scelte formative e in seguito il mio lavoro quotidiano.

Dopo cinque anni la Regione Campania istituì i servizi territoriali e il primo ottobre 1984 iniziò la mia avventura lavorativa contemporaneamente ad altri 101 psicologi e 56 sociologi destinati ai 60 servizi territoriali.

I centri di salute mentale e i centri diurni  rientrano in quella rete di servizi territoriali nati dalla riforma dell’assistenza psichiatrica promossa dal lavoro di Franco Basaglia che ha ripristinato canali comunicativi che sembravano interrotti per sempre.

Il ripristino di un dialogo reale fra i pazienti, i medici e gli infermieri ha permesso al quotidiano di trasformarsi da “pratica routinaria” in “esperienza clinica” da narrare, e di “praticare una comunicazione ricca di conseguenze”. Il ripristino della “comunicazione” aveva spostato nella collettività il rapporto problematico con la follia, reso impossibile, fino ad allora, dall’innalzamento delle mura manicomiali, fortificazioni non solo materiali, ma anche di comunicazione fra malato e comunità.

Oggi dopo tanti anni di esperienza lavorativa posso dire che nel rapporto con i pazienti è più facile essere catturati da quello che ci disturba e che provoca una nostra reazione immediata piuttosto che cogliere la paura del vuoto, la paura di entrare in rapporto proprio come accadeva nei corridoi del manicomio che rappresentava una fortificazione difensiva dal confronto.

Allora l’avevo intuito, poi l’ho imparato nella mia pratica lavorativa, che essere degni di fiducia significa riuscire a costruire una relazione significativa che ci permette di accogliere il bisogno di affetto e di intimità del paziente. La costruzione della relazione è un atto comunicativo che si fonda sulla consapevolezza di sé, del ruolo e della funzione e che ci consente di muoverci con la sola ‘rapidità’ che il paziente può sopportare.

Solo così possiamo ‘trasformarci’ in interlocutori che per ottenere risposte non propongono ‘domande’ ma la loro ‘presenza’ e l’intenzione di portare avanti il proprio lavoro ‘qualunque sia la risposta’.

[1] Lui stesso ripropone una lettura di quegli anni nel suo libro Manicomio addio, 2017 Alpes.

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