Lo ricordo ancora di RCertosino

Lo ricordo ancora. Non so come avvenne ma all’inizio degli anni 70, studente liceale a Napoli, mi ritrovai a giocare una partita di calcio nel campo del ‘Leonardo Bianchi’, allora Manicomio della città. Ne avevo sentito parlare.  Qualche volta accadeva che mi venisse indicata una persona che aveva un parente ricoverato lì, in quel posto che nell’Ottocento, quando non era necessario usare ipocrite perifrasi, si chiamava Real Casa dei Matti, in quell’angolo di città che per noi  non era Terra, ma forse Marte o la Luna. Del resto alieni o alienati per me erano la stessa cosa … Di quella partita non mi viene in mente il risultato e, a pensarci bene, neanche chi fossero gli avversari; sono certo, però, che lì  io  non ci sono più tornato. Ma ricordo benissimo la mia curiosità  nel vedere tutti quegli uomini un po’ piccoli, ecco omini, che si muovevano in modo goffo: uno agitava una mano, un altro torceva il collo, c’era quello che sembrava ridere ma, a ben guardare, era solo una smorfia.

D’altra parte, nessuno di  noi aveva mai sentito parlare di discinesia tardiva da farmaco.

Con le dita intrecciate alle maglie della rete di recinzione gli omini guardavano la partita. Erano in molti, ma ognuno per stava per conto proprio:   commentavano, ma non condividevano; ciascuno  aveva scelto tra noi un occasionale ed improbabile beniamino, idolo sportivo di un giorno qualsiasi di autunno. Eravamo contenti noi: c’era un pubblico tutto  per noi. Non accadeva mai. Chi mai sarebbe stato così stolto da perdere tempo per noi? Loro no, loro di tempo ne avevano tanto. E poi  questi tifosi un po’ strani avevano il grande merito di andare, con andatura scomposta, a raccogliere, al posto nostro,  i tanti palloni che i nostri piedi, decisamente poco talentuosi,  scagliavano,  maldestramente,  ben fuori dal perimetro di gioco.

Sorridevamo a loro e loro ci rispondevano con il sorriso deturpato da denti, ma spesso neanche c’erano i denti, che nessuno aveva mai inteso curare. Comunicavano con noi, con parole e gesti  che noi  non comprendevamo o, per meglio dire, non provavamo neppure a comprendere. Ma poi  a comprendere cosa?. Stavamo tutti a nostro agio, calciatori e spettatori, infermieri e inservienti. Si stava bene. Un pregio quel Manicomio ce lo aveva:  i rumori della caotica Napoli arrivavano smorzati, tutto sembrava fermo, placido, a parte la leggera brezza che, nascendo dal mare del mitico Miglio d’oro, salendo su per la grande e perduta bellezza di Poggioreale,  arrivava a Capodichino, sollevando  una piccolo turbine di polvere dall’ arido campo di gioco. Allo studente liceale, veniva in mente il tranquillo Titiro di Virgilio che, al riposo sotto un faggio , viveva con distacco gli affanni di  Melibeo,  allontanato dalle proprie terre.

  “Ma, allora, è così che deve essere..”, mi chiedevo  “Davvero si pensa che per far star bene una persona ‘alienata’ occorra internarla, deportarla, allontanarla, esiliarla dal mondo dei ‘Sani’?”

 Quindici anni dopo, ossia trenta anni fa,  un postino sudato, irritato e prostrato dal caldo di agosto, mi recapita un telegramma. “Ceccano!”: ecco la destinazione che leggo, a voce alta, nella comunicazione di incarico temporaneo di assistente medico.

“Ceccano, e dov’è?” mi chiedo.

Qualcuno mi dice “ Lì c’è il Manicomio!; Si,  il Manicomio; forse ti tocca andare proprio lì!”. Ricordo che risposi  che c’ero stato una sola volta in vita mia in un manicomio e solo per giocare a pallone! “ E poi perché dovrebbero chiamare me”, ribatto “non sono mica uno psichiatra… Vedrai: mi destinano da qualche altra parte” .

Non mi hanno   destinato da alcuna  altra parte. E sono diventato psichiatra. E così attraversai  per la seconda volta il portone di ingresso di un Manicomio. Ma in quei quindici anni  erano accadute tante cose in Italia: si poteva divorziare, era lecito rinunciare ad un figlio concepito;  si combatteva un terrorismo cieco e codardo che aveva mietuto vittime illustri e distrutto i sogni di gente comune colpevole solo  salire su un treno condannato o  sull’ aereo sbagliato. Si vinceva e poi si perdeva un Mondiale di calcio.

Ma era avvenuto pure che, nel 1978, un uomo rivoluzionario  riuscisse a convincere gli Italiani che il manicomio era ingiusto e disumano . E  inutile.

E cosi fu che quel portone che varcavo   non era il più Manicomio ma  Residuo dell’Ospedale psichiatrico. Proprio così, “residuo”.

Entrato nell’ampio e chiassoso atrio, ne trassi una  impressione strana: fu come se, insieme al liceale di Napoli fossero cresciuti pure gli omini che un  tempo erano aggrappati alla rete di recinzione. Erano in molti lì fuori. Simili nell’aspetto e nei movimenti a quelli di Napoli.  Ma era tutto diverso: c’era quello che mangiava un panino, un altro parlava della Roma, uno, senz’altro più sfrontato, che provava a fare i complimenti ad una dipendente, un altro, ancora, molto compìto,  che provava a dirmi qualcosa che non riuscivo a cogliere. Seppi, poi, che era chiamato il “mutarello”. Io non lo capivo proprio ma i suoi compagni del lungo viaggio nel centro del dolore, iniziato spesso nella prima infanzia, lo capivano benissimo. E gli rispondevano. Sentivo voci e sentivo rumori: c’era la vita. Com’era lontana la percezione del tempo immobile dell’ antica Real Casa..

Avevo incontrato gli Uomini e le Donne del Manicomio.

Oddio, era sempre difficile scorgere un dente sano. Deve esserci stata una   direttiva di vecchia data  dei Manicomi che  dettava così: Disposizione di Servizio: I denti sono superflui e non vanno curati!

Quello fu il primo giorno di trent’anni di giorni. Ma restava una domanda: perché, ai miei occhi, gli omini di Napoli erano diventati gli Uomini di Ceccano? E perché  le Donne di Ceccano, perché a Ceccano vidi che c’erano anche delle donne che al “Leonardo Bianchi” sembravano non  esistere, erano diventate le donne di Ceccano? Perché così uguali e così diversi dopo quindici anni? Può una legge che ti dice che Antonio o Concetta, un tempo internati del Manicomio e ora ospiti di un Residuo e abili ad uscire, se solo trovano chi li accolga, farti cambiare così tanto la percezione della realtà?

Ho sempre avuto una risposta molto banale e mi accontento di questa: è bastato affermare  che questi ex omini ed ora uomini non erano poi così lontani dalla Terra, che c’era posto anche per loro, anche se dentro al Residuo… bastava codificare che era lecito che potessero anche stare fuori dal Residuo. E’ bastato dirlo a loro ma, ancora di più convincere noi, e loro hanno immediatamente respirato la libertà, la partecipazione, l’integrazione. Perché non c’è nulla, neanche la malattia mentale più grave, che possa soffocare la naturale predisposizione di tutti gli essere viventi del nostro mondo a comunicare, interagire, sentirsi parte integrante di un disegno immenso e armonioso.

E noi, all’improvviso, li abbiamo visti: Uomini e Donne tra uomini e donne. Erano tornati.

Poco male se per un lungo tempo si era stabilito che fosse meglio per loro, e per noi, se stavano tutti insieme, dietro un altissimo muro che arrivava al cielo, liberi da ogni preoccupazione e da ogni concetto di dignità umana. Anzi, meglio ancora se liberi anche dai loro pensieri. Dai loro ricordi. Dai loro abiti.

A loro avrebbero pensato i ‘Sani’. Avrebbero avuto da mangiare, un tetto  e anche un letto. Anche un abito; poco male se identico per tutti.

Ormai quasi tutti quegli Uomini e quelle Donne di Napoli e di Ceccano, ci hanno lasciato. Con garbo, senza clamori e senza arrecare fastidi. Non hanno reclamato risarcimenti, non hanno preteso scuse. I ‘Sani’, spesso, non hanno  neanche avuto il tempo di  scrivere un nome e una data sulla loro tomba.

E a me, liceale di un tempo ormai troppo lontano, piace credere che adesso stiano godendo di quell’antica promessa fatto da quell’uomo che disse  “…gli ultimi saranno i primi”.

E loro erano davvero gli ultimi.

R Certosino

 

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